
Anticipazione | Il 4 e 5 ottobre la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato si celebra in concomitanza con il Giubileo dei migranti. Una scelta di papa Leone, che incentra il suo messaggio sulle disuguaglianze globali. Sulle quali grava sempre di più il “macigno del debito” (1,8 trilioni in totale), come scrive p. Giulio Albanese nel Dossier Immigrazione 2025
di Antonio Ricci*
Il 4 e 5 ottobre prossimi, per volontà del papa, la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato si celebra in via eccezionale in concomitanza con il Giubileo dei migranti. Esprimendosi anche in relazione a questo tema Leone XIV, fin dall’inizio del suo pontificato, ha già messo il dito sulla piaga denunciando le disuguaglianze globali. Il papa ha invitato a riflettere “su una possibile remissione del debito pubblico e del debito ecologico”, rilanciando un tema già al centro del suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace. L’appello è diretto e senza giri di parole: costruire ponti tra Paesi ricchi e Paesi poveri, e farlo mettendo al centro giustizia sociale, ecologica e ambientale.
È un richiamo che non nasce dal nulla, ma si innesta in una riflessione critica maturata nel corso dei decenni. Come ricorda padre Giulio Albanese nel suo contributo (Dal sogno dello sviluppo alla trappola del debito: l’Africa nell’era della finanza speculativa) al Dossier statistico immigrazione 2025, che sarà presentato a Roma il 4 novembre prossimo, alcune intuizioni restano sorprendentemente attuali anche a distanza di decenni. Già nel 1962, Raymond Aron avvertiva in Pace e guerra tra le nazioni che “l’ineguaglianza tra le nazioni assumerà il ruolo della lotta di classe”. Oggi, guardando all’Africa, agli sbarchi e ai muri eretti alle frontiere dell’Europa, quelle parole suonano più profetiche che mai.
I dati lo confermano. Secondo le elaborazioni IDOS per il Dossier 2025, i migranti nel mondo hanno raggiunto quota 304 milioni. Non fuggono soltanto da guerre e catastrofi – che pure, solo nel 2024, hanno costretto 65 milioni di persone alla fuga – ma anche da un divario economico e simbolico reso ancora più insostenibile dalla globalizzazione. Il Nord del pianeta, con appena 1,4 miliardi di abitanti (un sesto della popolazione mondiale), concentra quasi la metà del Pil globale; il Sud, con 6,8 miliardi di abitanti, deve spartirsi il restante 56%, con un Pil pro capite quattro volte più basso (15.800 dollari contro i 62.800 del Nord).
Ecco perché, come sottolinea ancora padre Albanese, i modelli di consumo planetari amplificano la percezione della distanza tra chi ha e chi non ha. Non sorprende allora che – al di fuori delle migrazioni forzate – molti migranti provengano non dai Paesi più poveri, ma da quelli intrappolati in una “terra di mezzo” dello sviluppo.
Su questo scenario pesa come un macigno il nodo del debito. I condoni promessi negli anni ’90 sono stati presto rimpiazzati da nuovi prestiti privati, spesso più onerosi e speculativi. Risultato: solo l’Africa paga oggi interessi fino a quattro volte superiori rispetto ai Paesi ricchi, per un debito che sfiora i 1,8 trilioni di dollari. Un fardello che soffoca welfare, infrastrutture e prospettive di futuro.
Dietro queste cifre si nasconde una realtà durissima: economie fragili, schiacciate dalla finanza speculativa, costrette a svendere risorse e a rinunciare a investimenti essenziali. Un meccanismo che alimenta disuguaglianze, instabilità e, inevitabilmente, nuove migrazioni.
La Santa Sede lo ha detto chiaramente già nel 2018, nel documento Oeconomicae et pecuniariae quaestiones: servono regole per fermare la speculazione e riportare etica nella finanza globale. Una raccomandazione semplice ma potente, che attraversa come un filo rosso l’intero Dossier: se non affrontiamo le radici strutturali delle disuguaglianze, continueremo a rincorrerne gli effetti senza mai toccarne le cause. È un monito che ritorna pagina dopo pagina, che pervade analisi e testimonianze, e che ci costringe a guardare in faccia la realtà: senza giustizia globale, non ci sarà mai pace duratura.
* Vicepresidente di IDOS.

