Sono almeno 25 mila oggi in Italia; tre su cinque sono donne (suore e monache). Svolgono una preziosa funzione anche per l’integrazione dei loro connazionali. Il nodo della competenza linguistica in una nuova pubblicazione dell’Università per stranieri di Siena con due contributi di IDOS

I migranti presenti in Italia con permesso di soggiorno per motivi religiosi sono almeno 25 mila, ma includendo coloro che si sono radicati nel Paese negli anni, potrebbero avvicinarsi alle 30 mila unità. Oltre ai compiti previsti dalla loro missione, svolgono anche una preziosa funzione sociale e, nel caso dei sacerdoti operanti come cappellani etnici per i cattolici dei loro Paesi immigrati in Italia, questa funzione potrebbe coinvolgere centinaia di migliaia di persone.

Sono solo alcuni degli elementi contenuti in una originale pubblicazione dell’Università per stranieri di Siena – uscita il 31 marzo e intitolata “Le religiose e i religiosi stranieri nella Chiesa cattolica italiana e la loro formazione linguistica in italiano L2” – in particolare nei due capitoli di apertura curati dal Centro Studi e Ricerche IDOS. Il primo è un’analisi statistica del presidente Luca Di Sciullo sui soggiornanti non comunitari per motivi religiosi tra il 2020 e il 2024. Il secondo è scritto dal fondatore e presidente onorario Franco Pittau, insieme alla mediatrice linguistica e culturale Karolina Peric.

Stiamo parlando, spiega proprio Di Sciullo, di una “categoria particolare di migranti” che si differenzia da quelli economici o forzati: non hanno infatti necessità di un lavoro o di una casa, essendo in genere ospitati in parrocchie, istituzioni formative o dai loro ordini religiosi; e non hanno inoltre bisogno di chiedere asilo “perché il loro status di vita consente loro di avere già garantiti protezione, rifugio e sostentamento”. Spesso il tempo del soggiorno coincide con quello dei cicli di studio e formazione, non implicando quindi un radicamento stabile, ma non sono pochi coloro che restano in Italia per svolgere il loro servizio religioso e che, acquisendo un permesso di soggiorno di lunga durata (o la cittadinanza italiana), escono dalle statistiche sui motivi della loro permanenza.

 

Tre su cinque sono suore

L’analisi statistica di Di Sciullo consente di leggere con precisione le caratteristiche dei 25.084 migranti titolari di un permesso di soggiorno per motivi religiosi in Italia al gennaio 2025. Il primo dato emergente è la percentuale delle donne, pari al 59,2% del totale, ben 11 punti in più di quella presente nella popolazione generale degli stranieri (48%): ben 3 religiosi stranieri non Ue ogni 5 sono suore o monache. Quanto alla distribuzione territoriale, era prevedibile la schiacciante concentrazione nel Lazio – il 68,4% dei casi – per la presenza del Vaticano, ma soprattutto della maggior parte delle sedi nazionali degli ordini religiosi. Seguono la Campania (5,2%) e la Lombardia (3,9).

Meno scontata è la classifica delle prime dieci nazionalità, che vede al primo posto l’India con 4.403 titolari di permesso di soggiorno religioso, seguita da altri due paesi asiatici: Filippine (2.173) e Indonesia (1.538). C’è quindi un blocco di tre nazioni americane: Brasile (1.491), Messico (1.340), Stati Uniti (1.231). Infine quattro Paesi africani: Repubblica Democratica del Congo (984), Nigeria (978), Tanzania (650), Madagascar (636). Una composizione sicuramente diversa rispetto ai decenni precedenti, quando le migrazioni più numerose per motivi religiosi provenivano dall’America Latina

 

Missionari in Italia

Come espresso dal titolo, la pubblicazione dell’ateneo senese si concentra sulla formazione linguistica di questi migranti, particolarmente importante per la loro funzione. Ma i due capitoli citati introducono anche altre riflessioni sul significato sociale di questo fenomeno. Si nota anzitutto, scrivono Pittau e Peric, come si sia “verificata una sorta di inversione di marcia per quanto riguarda il flusso dei sacerdoti: questi prima lasciavano la penisola per recarsi in altri Paesi ritenuti bisognosi del loro annuncio cristiano, mentre ora da quei Paesi giungono sempre più numerosi in Italia”. Una tendenza simile a quanto avvenuto per l’emigrazione italiana dei primi del 900 e l’immigrazione successiva nel nostro Paese, favorita in questo caso dal crescente calo delle vocazioni.

Un altro aspetto sociale è segnalato da Di Sciullo, secondo cui proprio per la loro condizione di migranti sui generis i religiosi non comunitari si pongono come “potenziali mediatori tra popolazione immigrata (soprattutto dello stesso gruppo estero di origine) e il contesto di accoglimento, rendendone dei virtuali attori di integrazione per i propri connazionali”.

Quanto alla questione della conoscenza dell’italiano, ampiamente trattata nei capitoli successivi, l’opinione di Pittau e Peric è a favore di quella che viene definita “socializzazione linguistica anticipatoria dell’inserimento in Italia”. È cioè “preferibile che la loro preparazione avvenga già nei Paesi di origine”, utilizzando le strutture del ministero degli Esteri e, dove esse non sono presenti, coinvolgendo i volontari presenti in Italia. “Questo sarebbe utile”, affermano i due autori, “non solo sotto il profilo linguistico, ma anche sotto quello socioculturale e offrirebbe una maggiore sicurezza a quegli operatori che non affrontano soltanto un viaggio, ma un vero e proprio cambiamento esistenziale”.

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